il nascente invisibile: editoria per bambini e industrializzazione della nascita

Il tema di questo saggio, scritto da Gabriella Falcicchio, ricercatrice presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bari dove insegna Pedagogia generale e Metodologia della ricerca pedagogica, e pubblicato sulla rivista online Educazione Democratica, è la nascita e la sua rappresentazione nell’editoria destinata ai bambini e spiega come l’immaginario intorno alla gravidanza, al parto e al puerperio proposto dalla letteratura per l’infanzia precluda al bambino la possibilità di integrare l’esperienza della nascita come evento naturale, positivo e trasformativo.

l’epidurale

Consiglio la lettura del capitolo dedicato all’analgesia epidurale tratto dal libro «Partorire e accudire con dolcezza» di Sarah Buckely, medico di famiglia e autorità di fama internazionale in materia di gravidanza, parto e genitorialità.

i racconti delle mamme

Da alcuni anni Le Dieci Lune, associazione culturale per la nascita naturale, redige una pubblicazione, Piccole Impronte, che raccoglie le testimonianze delle mamme che seguono le attività che propone e i servizi che offre. 

Sono racconti di parto, pagine emozionanti che spesso commuovono e appassionano. Ci sono anche pagine scientifiche e di settore. 



i rischi del parto tecnologico

 IL LABORATORIO DEI GATTI

di Gabriella Fois

OSTETRICA

La gravidanza e il parto sono eventi naturali sia per gli animali che per gli esseri umani. Sappiamo che gli animali per prepararsi al parto cominciano qualche giorno prima a scegliere quale sarà il luogo più adatto, il cosiddetto nido. La ricerca è lunga perché il luogo deve assicurare all’animale la massima privacy. Quando il luogo è stato scelto, l’animale lo prepara, con erba secca per esempio, così da avere un giaciglio morbido per accogliere i suoi piccoli. Il travaglio potrà iniziare solo quando il sole è al tramonto o è già buio, cosicché madre e piccoli possano essere protetti da eventuali predatori.

È interessante il racconto che l’ostetrica Tricia Anderson fa sulla rivista delle ostetriche inglesi «Midirs» del marzo 2002 nel suo articolo Out of the laboratory: back to the darkened room. Tricia usa una metafora, immaginandosi che, tantissimi anni fa, un gruppo di scienziati abbia deciso di studiare in che modo partoriscano i gatti. Per fare questo prepararono un luminosissimo, rumoroso laboratorio, misero le gatte su dei letti, le collegarono con delle sonde a dei monitor e misero dei tecnici a controllare l’arrivo delle contrazioni che segnavano sulle loro cartelline. Nel laboratorio il travaglio delle gatte divenne irregolare, si fermava di frequente e le sonde rilevavano il battito cardiaco dei gattini in distress. I miagolii e i pianti erano terribili. Poi nascevano molti gattini in distress respiratorio che avevano necessità di essere subito rianimati.

Dopo alcuni anni gli scienziati conclusero: «Bene, sembra che il travaglio dei gatti non sia molto buono».

Gli scienziati si preoccupavano e quindi cercarono di aiutare le «povere» gatte, inventando una grande quantità di ingegnose macchine per migliorare il loro travaglio e dei monitor per controllare il livello dell’ossigeno dei gattini. Inventarono medicine tranquillanti anti dolore per evitare lo stress delle «povere» gatte e medicine per regolarizzare il travaglio e non permettere che si fermasse. Inoltre svilupparono manovre e interventi di emergenza per salvare i gattini che andavano in distress.

Gli scienziati scrivevano nelle più famose riviste scientifiche tutte le difficoltà che avevano osservato nei travagli e nei parti delle gatte e esponevano tutti gli aiuti tecnologici che avevano inventato. La notizia di quanti gattini erano stati salvati veniva diffusa dalla televisione e dai giornali, cosicché tutti cominciarono a portare le loro gatte a partorire nel laboratorio per salvare la vita dei gattini.

In giro si cominciava a sentire: «Per fortuna è stata inventata tutta questa tecnologia che può salvare tutti i gatti dal loro parto».

Gli anni passavano e il lavoro nel laboratorio aumentava, c’era tanto bisogno di nuovo personale, anche perché gli scienziati che avevano iniziato l’esperimento erano ormai così anziani che andarono in pensione.

I nuovi tecnici non ricordavano più quale era l’obiettivo dell’esperimento originale e soprattutto non sapevano che era solo un esperimento.

Essi non avevano mai visto le gatte partorire in scatole morbidamente foderate, poste in angoli lontani e bui; per questo pensavano che questa fosse una pericolosa idea. Essi erano convinti che le gatte non potevano partorire bene senza l’assistenza tecnologica, perché negli anni avevano raccolto moltissime evidenze scientifiche in merito e tornando a casa avevano la bella sensazione di aver svolto un buon lavoro salvando la vita di gatte e gattini.

[…]

[G. Fois (2002), Il laboratorio dei gatti, «D&D», n. 38, p. 49]

 

il metodo canguro

TANTO NON VIVE…

di Amina Contin

Questa storia me la raccontò mia madre e si sa… le madri non mentono mai, soprattutto alle proprie figlie, perciò, per quanto incredibile sembri, questa storia è la pura verità.

Lo zio Antonio (fratello di mia madre) nacque nel 1938 dopo soli 6 mesi e mezzo di gravidanza.

A quell’epoca si nasceva in casa, soprattutto se si era in campagna, soprattutto se si era figli di contadini.

Mia nonna, Ada, aveva continuato a lavorare nei campi durante tutta la gravidanza, dopo che un frettoloso matrimonio dovuto proprio all’improvvida maternità, l’aveva catapultata nella vita adulta. Lavorò e lavorò, com’era crudele consuetudine nella mia famiglia e in una patria di emigranti che cercava fortuna all’estero e lasciava le donne a strappare dalla terra le proprie necessità e poi… partorì, troppo presto, un «cosino» raggrinzito che pesava meno d’un chilo.

«Tanto non vive» sentenziò l’ostetrica battezzandolo immediatamente con il primo nome che le venne in mente, senza neppure consultare la madre. «Tanto non vive» disse accorgendosi che comunque, debolmente, respirava. Così piccolo era che non si poteva fasciare, né tantomeno vestire e allora lo misero in una scatola da scarpe, avvolto nell’ovatta.

Con la pietà contadina che includeva la nascita e la morte nella stessa grande ruota, posero la scatola da scarpe, il cotone e mio zio a fianco della nonna Giovanna (la nonna paterna di mio zio), allettata per una delle sue tante malattie, con il rispetto dell’attesa del compimento di un destino.

Giovanna aveva all’epoca pressapoco 50 anni (un’età ragguardevole all’epoca), soffriva di diabete, era la grande malata di famiglia, finalmente stava cedendo la responsabilità della casa a questa nuora conosciuta troppo in fretta, che aveva partorito troppo in fretta… ma quella scatola di cartone… prese il nipote fra le mani delicatamente, per non ferire quella pelle troppo sottile e fragile, e se lo mise fra i vecchi seni, aspettando anche lei che si compiesse una superiore volontà.

Parlavano con la complicità degli occhi, la nuora e la suocera, mentre una curava l’inspiegabile improvviso aggravamento del diabete, e l’altra la rassicurava sugli intenti con un complice sorriso: «Ci penso io, lo scaldo io» leggeva in quello sguardo.

Ada ingoiò la triste realtà di questo bambino che non piangeva, che non poteva succhiare al suo seno, che non sarebbe potuto sopravvivere, ma continuò a sperare e, pur tornando a lavorare nei campi, ogni mattino consegnava il latte del suo seno fra le mani di Giovanna. Lei, armata di tempo, pazienza e un contagocce, istillava goccia a goccia il nettare di madre fra le labbra del nipote, così come ricordava di aver fatto da bambina per tentar di far mangiare rondinotti minuscoli caduti dal loro nido.

Tre mesi durò la sua «grande malattia», durante i quali lei non si alzò mai dal letto, «covò» costantemente, con costanza, testardaggine, amore, quel suo primo minuscolo nipote, finché egli non riuscì non solo a sovvertire e smentire tutte le infauste previsioni, ma si attaccò al seno di sua madre con la voracità del recupero desiderato.

Guarì a quel punto, miracolosamente, anche Giovanna e campò altri 15 anni.

A 6 mesi mio zio era un po’ più piccolo degli altri bambini, a 3 anni nessuno più notava la differenza. Amava lo studio e desiderava emergere, con un’ambizione che sfiorava la voglia di riscatto. Guardava lontano lui, a 20 anni parlava quattro lingue e aveva girato tutta l’Europa.

Non ebbe una vita semplice, mio zio Toni, a 22 anni conobbe l’esaurimento nervoso, poi la malattia mentale, l’alcolismo, la violenza e la solitudine e morì a 60 anni, dopo un unico giorno di perfetta lucidità in oltre 30 anni di malattia, in cui rilesse la propria vita e decise di addormentarsi senza risveglio.

Ma questa è un’altra storia, forse…

[A. Contin (2009), Tanto non vive..., «D&D», n. 64, p. 31]

 

i consigli di zio mario

Consiglio la lettura di un testo disponibile on-line, i consigli di zio mario, alla luce di quanto raccontatomi recentemente da una giovane donna, che lamentava di essersi rotta il mento cinque volte a causa della sua incapacità di servirsi delle mani per ricevere la caduta del corpo sulla terra nella perdita dell’equilibrio. Sconfortata, ne individuava la ragione nel fatto che la madre, quando era piccola, le aveva impedito di gattonare, spaventata dall’eventualità che la figlia potesse sporcarsi le mani.

Il testo è una raccolta di preziose indicazioni utili per la gestione quotidiana del neonato e del bambino nel corso del primo anno di vita, derivate dalla decennale esperienza del dottor Mario Castagnini, neurologo, esperto dello sviluppo del bambino e della prevenzione dei disturbi dello sviluppo.